La morte non ha l’ultima parola
“La speranza è l’ultima a morire” — ma cosa significa davvero sperare? Esplorando l’etimologia del termine, emerge un’interpretazione suggestiva attribuita a Isidoro di Siviglia: spes (speranza) legata a pes (piede), cioè ciò che ci fa muovere, andare avanti. La speranza è la forza che ci spinge ad alzarci ogni mattino, convinti che il domani possa essere migliore.
Il potere delle parole
Il potere delle parole
Non ho tempo di cercare su dizionari ed enciclopedie … parola secondo me è un prodotto sonoro e visuale dell’essere umano che rappresenta un’entità, materiale o astratta (anche semplicemente strumentale) pensabile dall’essere umano e che gli serve per esprimere idee, volontà, sentimenti, istruzioni e molto altro. Di per sé, quindi, una parola è un simbolo (vuoto?!) che trasmette contenuti, significati, insiemi di contenuti o significati e più in generale è un po’ come un’incognita matematica a cui si attribuisce tutto ciò che si “vuole” per definizione e per CONVENZIONE. Ora, un simbolo e/o un’incognita sono valori astratti e potrebbero anche essere falsi, finti, relativi o assoluti, veri, quindi purtroppo non è possibile decidere quali e quante parole rispecchiano la realtà e la verità, non è possibile decidere quali e quante parole servano e quante vadano abolite come inutili o mentitorie e via discorrendo.
L’insieme delle parole è finito, ma l’insieme dei significati attribuibili alle parole NON è decidibile (intorno alla possibilità che sia finito o no); ancora peggio accade se pensiamo ad un raggruppamento di parole qualsiasi al quale vogliamo attribuire significato. Faccio alcuni esempi: la poesia permette di usare gruppi di parole in modi estremamente vari e talvolta inconsueti, permette di raggiungere sfumature di significati stupefacenti. La crittografia permette, invece, di utilizzare parole in modi non convenzionali ed anche NON-parole in modi del tutto ignoti (ai più) per veicolare significati ed informazioni senza che altri utilizzatori delle stesse parole colgano il significato. Allora, le parole sono come i mattoncini del LEGO, da questo punto di vista: spersonalizzate, vuote, malleabili, ignote, totalmente viscide come una saponetta.
In questa descrizione ho usato il lemma parola intendendo, in effetti, piuttosto linguaggio. Descrivere linguaggio, però, è ancora più complesso di descrivere parola, ma linguaggio è l’utilizzo di parole e di regole per la composizione di messaggi, ovvero significati articolati, attraverso le parole (nessuna esclusa!!!). Ha senso parlare di parole senza menzionare il linguaggio? NO, perché ogni parola è descritta attraverso il linguaggio, è attribuita mediante il linguaggio, sussiste perché è usata in un linguaggio! Senza di esso non avrebbe alcun senso (la parola). Quindi, le parole, ovvero l’insieme di tutte le parole esistenti oggi più quelle che esisteranno durante tutto l’arco dello sviluppo dell’umanità, sono l’insieme dei significati d’interesse umano attribuibili …
Verrebbe da aggiungere per concludere “… quando si vuole esprimere qualcosa”, ma non è vero nemmeno questo. Infatti, io posso utilizzare parole secondo significati convenzionati con altre persone per esprimere qualcosa, ma posso anche (e lo faccio quotidianamente) utilizzare parole per NON esprimere a nessuno significati, che invece rimangono dentro me stesso (quando penso in silenzio, per esempio). Allora parole e linguaggio saranno ancora sensati, oppure no? Sì, perché anche se un linguaggio è costruito da una comunità di persone, anche se il linguaggio e le parole sono convenzionate tra persone, io posso produrre (pensando) idee, concetti e significati che (trat)tengo per me, formulandoli in un linguaggio, senza quindi esprimerli a nessun’altro.
Allora mi chiedo: 1) se la parola esiste, 2) se esiste solo quando è espressa, 3) se esiste ed è espressa solo quando persone concordanti sui significati comprendono ciò che hanno espresso …
Oppure se la parola non esiste affatto, ma è solo un’illusione, restando i fatti, la realtà, la verità concetti e domini indipendenti dalla formulabilità dei loro significati attraverso parole e linguaggi, cioè indipendentemente dall’eventualità che persone possano (riescano) a veicolare gli stessi appunto in un modo verbalizzato. Detto in “parole povere”: il significato esiste anche se non è esprimibile a parole.
Intuitivamente, è ovvio che sia così (tanti vanno poetando dell’”ineffabile”!), ma allora verrebbe da concludere che le parole siano totalmente inutili e insignificanti (in realtà) poiché sono soltanto una finzione convenzionale di attribuzioni (sonore e visuali) di significati (in gran parte non sonori e non visualizzabili). Perciò, dopo aver dato questa descrizione del mio concetto di parola, devo dire che cosa la parola SIA, perché la domanda “che cos’è” sottende un significato molto grande, molto più ambizioso di una semplice definizione aritmetica di “parola”: cioè l’essenza della parola, di cui però ho già anticipato gran parte del mio pensiero.
Se la parola non esiste, allora non è. Poiché utilizziamo significati arbitrari, convenzionali, poiché le rappresentazioni sonore e visuali della parola sono infinite, mutevoli, ambigue, arbitrarie, cifrabili, sostituibili, ideali, sostitutive e parametrizzabili di significati, di materia e pensiero, non possiedono essenza in loro stesse. Le parole sono vuote, in realtà, anche se per noi alcune sono “cariche” di valore soggettivo. Amore in poesia è forse la parola principe, ma in matematica non è nemmeno pensabile. Allora non esiste?
“Cos’è” è una domanda troppo pesante, perché parola è semplice strumento, come il granellino di sabbia per fare il cemento e per costruire una casa. Può anche essere usato in quantità infinite… per avere un deserto inutilizzabile, o per non fare nessuna differenza, come nei fondali marini. Ma la sabbia esiste (e forse è) mentre la parola no. Dunque, se la parola non è, essa non può in alcun modo influire sulla verità, sulla realtà, sull’essenza (proprio perché non è – in sé e per sé).
Esprimendo questo concetto in funzione della potenza (NON quella Aristotelica, tuttavia), ciò che non è non esiste e quindi non può esprimersi o tradursi in potenza, non ha materia, non ha energia, non può svolgere alcun lavoro, è totalmente impotente (non esistendo, non può produrre nessuna forza che smuova qualcosa).
Ma la storia ci insegna che la parola ha avuto un potere? No, è falso, poiché quando chiediamo “quanto potere ha la parola” commettiamo l’errore di reificazione, o di personalizzazione, spessissimo. La verità è che proprio perché la parola non è, non ha potere. Nessuno. Il linguaggio in sé è uno strumento convenzionale, articolato ed articolabile, cioè modificabile, gestibile da gruppi di persone e da singoli. Ma anch’esso NON esiste. Quindi, nemmeno il linguaggio ha potere. Il potere è una caratteristica di ciò che è o esiste ed è in grado di svolgere qualcosa (in fisica, si direbbe: “di compiere un lavoro meccanico”).
Ma questo riesce se e solo sé esiste una forza applicata a qualcosa. E qui il paragone con la fisica diventa arduo e dunque ci fermiamo. Resta, almeno, consolidato il concetto di potere come riferito a qualcosa che può in sé: la parola, non esistendo, non può (e pure non è, in sé). È assolutamente necessario correggere il concetto di potere, il suo significato per noi esseri umani che stiamo valutando queste cose, perché il potere sta nelle persone, in quanto gruppi e in quanto individui. Eppure viene da chiedersi come abbia fatto Hitler a trascinare un popolo in una guerra catastrofica! E così tanti altri prima (e, ahimè, dopo) di lui … Ed ecco il punto dove dobbiamo riuscire a fare distinzione, senza il terrore di rimanere schiavizzati dai meandri del linguaggio e delle parole: esseri umani esercitano potere su altri esseri umani trasmettendo significati attraverso le parole (e non solo, ovviamente).
Essi non esercitano il potere, ma potere, perché una parte di esso è esercitato in altri modi, quindi, oltretutto, la relazione non è biunivoca e diretta. Infatti, chi esercita potere attraverso la parola ha bisogno di altri che ricevano la parola e subiscano il potere di persone che lo esercitano attraverso la parola. Per far questo, devono aver trasmesso significati, aver aderito a convenzioni, aver fondato significati su valori, aver concordato idee e prassi, avere collegato un insieme di significati astratti del linguaggio nella realtà pratica della vita di (tante) persone. E per ottenere questo devono aver svolto un “lavoro”, parlando o scrivendo molto. Allora, si può convenire che gli effetti della parola possano essere concreti nella misura in cui un linguaggio veicola significati e valori assorbiti o condivisi, “imparati” o assunti o imposti, per i quali le persone reagiscono (e agiscono) coerentemente con la volontà o gli obbiettivi di CHI sta esercitando potere (su di loro).
In conclusione:
la parola non è, non sussiste di per sé, non ha alcun potere. La parola, come veicolo (vuoto) di significati attribuiti per mezzo di un linguaggio, può essere utilizzata per trasmettere, organizzare ed informare persone, le quali agiscono o reagiscono in funzione dei valori trasmessi da (altre) persone entro un linguaggio concordato, nei modi più svariati (convenzionali o no) esercitando così potere tra loro.
Gli esseri umani nascono in organizzazioni di altri esseri umani che veicolano significati attraverso parole organizzate in linguaggi e così l’intera vita dell’essere umano è immersa nel linguaggio e NON può prescindere dalle parole nemmeno quando un individuo solo non
esprime niente a nessuno! Ovvero, oggi l’essere umano non potrebbe vivere senza un linguaggio né parole. Stai pensando che non è vero?
Ecco! Per pensarlo hai utilizzato parole e significati che già sai …
La domanda da brivido, semmai, è: perché l’essere umano ha sviluppato un linguaggio articolato sulla parola? Ma qui si sconfina troppo, si va oltre la semantica, oltre la glottologia, oltre la linguistica e la semiologia. Io la chiamerei antropologia ontologica e ho motivi ben precisi per farlo … Basti solo, provocatoriamente, insinuare che l’unica antropologia ontologica basata sulla parola è quella descritta dalla BIBBIA: (Giovanni 1:1-5)
Nel principio era la Parola, la Parola era con Dio, e la Parola era Dio. 2 Essa era nel principio con Dio. 3 Ogni cosa è stata fatta per mezzo di lei; e senza di lei neppure una delle cose fatte è stata fatta. 4 In lei era la vita, e la vita era la luce degli uomini. 5 La luce splende nelle tenebre, e le tenebre non l’hanno sopraffatta.
Quando si rilegge Genesi 1:1-31, si scopre il modo (il COME) in cui il progetto di creazione di Dio è stato attuato, includendo l’essere umano, il quale, per eccellenza “a Sua immagine”, è esso stesso intriso di Parola, quando lo si possa considerare vivo. Quella è l’unica parola su cui si possa speculare come (o SE) sia pure Essere, quale e quanto Potere abbia e come abbia prodotto l’esistenza, ovvero la vita sulla
Terra. Da altre fonti o da altri sistemi (filosofici, scientifici o religiosi), invece, non è dato di sapere, anzi essi sono “oscuri come la notte in cui tutte le mucche sono nere”, quanto ad antropologia ontologica.
Matteo L.
In cammino con lo Straniero
In cammino con lo Straniero
Questo libro “Lo Straniero” spiega in modo semplice e sintetico, partendo dall’Antico al Nuovo Testamento, il progetto divino di salvezza, che ha compimento nella figura di Gesù. Vi chiederete sicuramente il motivo di questa scelta! Che relazione esiste tra psicologia e spiritualità? La risposta è contenuta nell’epilogo del libro sulle personalità. Cristo, nella sua essenza, riassume e comprende, in un incastro perfettamente equilibrato, i quattro aspetti dei temperamenti:
- popolare sanguigno
- potente collerico
- perfetto malinconico
- tranquillo flemmatico
Apostolo Paolo: temperamento potente – collerico
Paolo (inizialmente Saulo) è un giudeo nato a Tarso, Cilicia.
Inizialmente persecutore dei cristiani, dopo l’incontro con Gesù risorto cambia la sua vita e sente l’urgenza di portare il Cristo ed il suo Vangelo, fino ai confini estremi della terra. È infatti conosciuto come l’apostolo delle nazioni.
Il temperamento di Paolo è forte, passionale, determinato, attivo. Non è un carattere amabile ma è caparbio e molto resistente alle avversità.
Paolo ci ricorda che ciò che vale ed è determinante nella vita di un credente è l’incontro personale con Gesù e che la missione della Chiesa manifesta tutta la sua efficacia, solo se ispirata ed animata dalla spiritualità del mistero pasquale, cioè vissuta come partecipazione alla passione, morte e resurrezione di Gesù. Missionari si diventa non per scelta o per una mera iniziativa umana, ma solo ed esclusivamente per volontà di Dio.
Ester: temperamento popolare sanguigno
Il nome ebraico significa Stella. Nella Bibbia appare come una donna di grande pietà, fede, coraggio, patriottismo ma anche di prudenza e risolutezza.
Ester, figlia di Abiail e cugina di Mardocheo (che la alleva perché orfana), diventa regina sposando il re Assuero di Persia, ma rimane fedele nel cuore e nei comportamenti esteriori ai comandamenti del Dio d’Israele.Salva il suo popolo dal piano di Aman, funzionario di corte, di sterminarli, come raccontato nel libro biblico che porta il suo nome.Ester nella tradizione ebraica rappresenta uno strumento della volontà divina per impedire la distruzione del popolo ebraico. I Giudei, attraverso Ester e Mardocheo volevano preservare la loro identità; anche oggi ogni cristiano è chiamato a proteggerla nella diaspora di un mondo globalizzato.
Il cristiano deve prendere coscienza della sua responsabilità di fronte alle nuove crisi: può cercare rifugio in una chiusura settaria o in compromessi talvolta meschini. Se comprende però che la storia non è solo un succedersi casuale, può mettersi dalla parte di chi è oppresso e stimolare la società in cui è chiamato a vivere e ad operare, affinché non prevalgano le aspirazioni di pochi ma la giustizia e la difesa della dignità di ogni essere umano.
Giuditta: temperamento perfetto – malinconico
Il libro di Giuditta è considerato deuterocanonico (ovvero del secondo canone o dei libri apocrifi) in quanto, essendo stato scritto in greco non fa parte del canone ebraico per la formazione di articoli dottrinali, ma solo per l’edificazione personale. Il nome Giuditta semplicemente significa la Giudea. Giuditta è una donna forte, profonda, responsabile, che porta in sé i segni del lutto per la morte del marito.
Giuditta diventa un’eroina che libera la città di Betulia, assediata dagli Assiri del re Nabucodonosor. Della sua bellezza si invaghisce Oloferne, loro generale, il quale la trattiene con sé ad un banchetto; vistolo ubriaco, Giuditta gli taglia la testa con la sua stessa spada e poi ritorna in città.
Gli Assiri trovato morto il loro condottiero, sono presi dal panico e sono messi in fuga dai Giudei. Giuditta propone un modello di vivere la fede non come fuga o rassegnazione ma come una presa di responsabilità nei confronti del mondo, confidando non nelle proprie armi ma nell’iniziativa gratuita di Dio. Fidarsi di Dio vuol dire entrare nei suoi disegni senza pretendere nulla, anzi accettando che la salvezza ed il suo aiuto giungano a noi in modo diverso rispetto alle nostre aspettative.
Ruth: temperamento tranquillo – flemmatico
Il significato del nome Ruth, probabilmente è “visione di bellezza”.
Ruth è una donna tenera, affettuosa, devota, perseverante nelle piccole e grandi cose. Ci insegna ad essere fermi nella nostra fede, sia nei momenti di gioia che di dolore, di felicità o scoraggiamento. Solo in questo modo erediteremo la gloria eterna. Ruth nella Bibbia diventa la progenitrice del re Davide. Moabita, sposa Mahalon, giudeo. Dopo la sua morte segue la suocera Nao mi a Betlemme, dove sposa per la legge del levirato (istituzione che permetteva di sposare la vedova del proprio fratello) un parente di Naomi, Boaz. Dal matrimonio nasce Obed, nonno del re Davide.
La storia di Ruth mostra come Dio ha usato sangue non ebraico per formare una famiglia speciale, dalla quale è nato il Messia, Gesù, che ha redento tutte le nazioni. La salvezza è aperta a tutti, ai diversi e agli stranieri: mostra l’universalità di essere figli. Il libro di Ruth ci dà quindi una bella prefigurazione di quella parte della Chiesa che, pur essendo formata da persone di origine non ebraica, estranea ai patti ed alle promesse fatte ad Israele, viene acquistata per grazia dal parente – redentore, entrando così anch’essa a far parte delle promesse divine.
Il padre nostro
Il padre nostro
Vangelo di Matteo 6:9-13
Pregate così:
“Padre nostro che sei in cielo,
sia santificato il tuo nome.
Venga il tuo Regno.
Sia fatta la tua volontà
qui in terra, come in cielo.
Dacci anche oggi il cibo necessario
e perdona i nostri peccati,
come noi abbiamo perdonato quelli che ci hanno fatto dei torti.
Fa’ che non cediamo alla tentazione,
ma liberaci dal male. Amen!”
Matrimonio e divorzio
Matrimonio e divorzio
Sappiamo bene che cosa sia l’adulterio: una colpa, un’offesa all’istituzione del matrimonio commessa da chi ha rapporti sessuali con una persona diversa dal proprio coniuge, quando una o ambedue le parti sono sposate. Si tratta pertanto, oltre che di un peccato grave, di un’infedeltà, di un tradimento, di un atto di slealtà che lede un patto, che rompe un contratto.
“Adulterare”diviene così sinonimo di alterare, falsificare, corrompere, guastare, inquinare, contraffare, venire meno ad un impegno preso, mancare ad una parola data. Continua …
Tratto dal libro: Il sermone sul monte
Autore: Carlo Bettinelli
Ansia e preoccupazioni
Ansia e preoccupazioni
Chi può dire di non aver mai conosciuto la preoccupazione, l’ansietà, l’apprensione, l’inquietudine per una situazione presente o futura? Penso che questi sentimenti, tali stati d’animo siano normali per ogni essere umano e tutti, chi più chi meno, li abbiano provati. Continua …
Tratto dal libro: Il sermone sul monte
Falsi profeti
Falsi profeti
Il Signore volle mettere in guardia i discepoli: non è sufficiente avere un’etichetta cristiana, un atteggiamento conforme a pietà, una forma religiosa, per essere parte della Chiesa, per essere autenticamente cristiani. Si può possedere una parvenza cristiana senza esserlo, un abito esteriore che non corrisponde ad una realtà interiore. Pertanto mescolate ai vari credenti possono esservi nella Chiesa persone che non sono toccate dalla grazia di Dio, che non sono possedute dallo Spirito Santo, che non vivono la vita della fede, ma solo una vita religiosa.
Questa purtroppo è la realtà della Chiesa e Gesù ci avverte, attraverso la Sua Parola, di vigilare prima di tutto su noi stessi, per vedere se siamo nella fede (1Corinzi 13:5) e poi di guardarci da coloro che, pur facendo professione di pietà, ne hanno rinnegata la potenza (2Timoteo 3:5). Continua …
Tratto dal libro: Il sermone sul monte
Autore: Carlo Bertinelli
Editore: Soli Deo Gloria
Adamo ed Eva
Adamo ed Eva
Abramo
Abramo
“Il Signore disse ad Abramo: “Va’ via dal tuo paese … e va’ nel paese che Io ti mostrerò …” Abramo partì, come il Signore gli aveva detto … Abramo aveva settantacinque anni quando partì da Caran … (Genesi 12: 1, 4).
Per Abramo questo era un grande passo; non poteva consultare un atlante, o fare una ricerca in rete, né discutere il tragitto con qualche agenzia di viaggi. Non sapeva neppure dove stava andando! Dio non glielo aveva detto. Man mano che viaggiava, doveva confidare in Dio per la guida, un giorno per volta.
La sua destinazione sconosciuta era Canaan, l’attuale Israele.
Tratto dal libro: “LO STRANIERO SULLA VIA PER EMMAUS”
Autore: John R. Cross
Editore: Goodseed
Esodo
Esodo
Quando cominciarono il loro lungo viaggio, gli Israeliti erano una folla disordinata. Gli Egiziani li incoraggiarono a partire velocemente riempiendoli di oggetti di valore e, senza avere il tempo di “fare i bagagli” come si deve, partirono in tutta fretta spingendo il bestiame davanti a loro. Moltiplichiamo tutti questi fattori per il numero approssimativo di circa due milioni e mezzo di persone, e possiamo facilmente dedurre quale gran confusione ne sia risultata! Mosè era il leader, ma come si fa ad urlare: “Da questa parte!” ad una moltitudine?
Tratto dal libro: “LO STRANIERO SULLA VIA PER EMMAUS
Autore: John R. Cross
Editore: Goodseed

