Credo e sono una brava persona

Credo e sono una brava persona

Ma io credo e poi … sono una brava persona!

Alla domanda “Vuoi accettare Gesù come tuo personale Salvatore?” risposi con “Ma io credo e poi … Sono una brava persona”. Oggi, dopo che da anni ho fatto quel passo, riguardo indietro a quell’affermazione e sorrido. Sono certa non solo che sbagliavo tutto, ma anche che non esistono brave persone.

“Io credo…” questa è la prima frase ingannevole. Non basta credere per essere salvati infatti anche Satana crede che Dio esista: lo ha destinato all’Inferno, più reale di così!

Mi mancava il passo più importante e cioè passare da credere a fidarmi. Mi spiego. In un circo un uomo dice di attraversare il tendone camminando su una corda: più o meno tutti gli crediamo. Arrivato dall’altro lato chiede chi è disposto a farsi portare in braccio tornando indietro. A quel punto nessuno vuole rischiare. Gli abbiamo creduto ma non ci fidiamo, non siamo disposti ad affidare la nostra vita a lui in poche parole … non abbiamo fede.

Purtroppo questa era la mia condizione: credevo ma non mi fidavo di Dio. Come avrebbe potuto intervenire nella mia vita se non gli davo una possibilità? Come avremmo potuto fare un percorso insieme se io rimanevo a guardarlo dalla finestra? La seconda parte della frase poi era ancora più ingannevole della prima: Sono una brava persona! Certo di fronte alla legge umana forse sì, di fronte a insegnanti e datori di lavoro anche, ma di fronte a Dio come stavano le cose?

Una brava persona

La mia identità di brava persona (e di conseguenza di brava cristiana) si fondava sulla convinzione, sbagliata, che l’Eterno ragionasse come noi. Non era bastata la Bibbia intera per farmi cambiare idea, continuavo a rimpicciolire la Sua grandezza inscatolandolo nella mia piccola mente. Eppure le sue parole sono chiare: “Chiunque infatti osserva tutta la legge, ma viene meno in un sol punto, è colpevole su tutti i punti2”. 

“Sì va bene, ma io non commetto peccati gravi come uccidere, rubare, tradire…” 

Questo intendevo quando ho detto che facevo ragionare l’Eterno come noi. Dio non attribuisce un punteggio ai peccati né alle opere giuste. Non è una somma algebrica dove i positivi devono superare i negativi né una graduatoria dal più grande al più piccolo. Qualunque peccato rompe quell’armonia col Creatore esattamente come il morso al frutto proibito ha segnato la fine del rapporto fra Adamo e Dio.

Anni fa avevo una carissima amica con la quale condividevo tutto. Avevamo passato anni bellissimi e vissuto grandi esperienze. Un giorno questa ragazza tradì la mia fiducia. Nonostante non fosse una questione grave, il rapporto si incrinò; era venuta meno su un solo punto ma aveva compromesso tutti i punti.

Un giorno, per scrupolo, ho analizzato tutti quei “punti”3 per stilare una specie di classifica e mi sono accorta di aver perso 10 a 0.

1 Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla condizione di schiavitù: non avrai altri dèi di fronte a me. 

2 Non ti farai idolo né immagine alcuna di ciò che è lassù nel cielo né di ciò che è quaggiù sulla terra, né di ciò che è nelle acque sotto la terra. Non ti prostrerai davanti a loro e non li servirai. Perché io, il Signore, sono il tuo Dio, un Dio geloso, che punisce la colpa dei padri nei figli fino alla terza e alla quarta generazione, per coloro che mi odiano, ma che dimostra il suo favore fino a mille generazioni, per quelli che mi amano e osservano i miei comandi.

3 Non pronuncerai invano il nome del Signore, tuo Dio, perché il Signore non lascerà impunito chi pronuncia il suo nome invano.

4 Ricordati del giorno di sabato per santificarlo: sei giorni faticherai e farai ogni tuo lavoro; ma il settimo giorno è il sabato in onore del Signore, tuo Dio: tu non farai alcun lavoro, né tu, né tuo figlio, né tua figlia, né il tuo schiavo, né la tua schiava, né il tuo bestiame, né il forestiero che dimora presso di te. Perché in sei giorni il Signore ha fatto il cielo e la terra e il mare e quanto è in essi, ma si è riposato il giorno settimo. Perciò il Signore ha benedetto il giorno di sabato e lo ha dichiarato sacro.

5 Onora tuo padre e tua madre, perché si prolunghino i tuoi giorni nel paese che ti dà il Signore, tuo Dio.

6 Non uccidere.

7 Non commettere adulterio.

8 Non rubare.

9 Non pronunciare falsa testimonianza contro il tuo prossimo.

10 Non desiderare la casa del tuo prossimo. Non desiderare la moglie del tuo prossimo, né il suo schiavo, né la sua schiava, né il suo bue, né il suo asino, né alcuna cosa che appartenga al tuo prossimo.

1. Potevo dire di aver messo sempre Dio al primo posto? Oppure altre cose, anche se onorevoli come la famiglia o il lavoro, avevano assorbito totalmente la mia attenzione? 1 a 0!

2. Non avevo mai affidato la mia salvezza agli idoli o a creature (santi, statuette, amuleti, porta fortuna, superstizioni ecc.) invece che al Creatore dubitando cosi della Sua potenza? 2 a 0!

3. Non avevo mai giurato (chiamando Dio a testimone) oppure usato il nome di Dio come intercalare, o bestemmiato in un momento di collera? 3 a 0!

4. Potevo dire di aver sempre ricordato il sabato come giorno sacro a Dio oppure mi ero lasciata travolgere dal lavoro e dal desiderio del guadagno dimenticando che il Signore mi aveva donato tutto quello che possedevo (a cominciare dalla mia vita) e che sarebbe stato doveroso ringraziarlo? In fondo mi chiedeva un solo giorno su sette… 4 a 0!

5. Onora tuo padre e tua madre…. Alzi la mano chi non ha mai avuto una disputa con i propri genitori. 5 a 0!

6. Questo almeno speravo di poterlo vincere ma invece no. Sicuramente ho ucciso con la lingua, con le cattive intenzioni, con il rancore, con la vendetta. 6 a 0!

7. Per quanto riguarda l’adulterio ero sicura: sicuramente no! Poi leggo: “Ma io vi dico che chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore4”. Cavolo, se non servivano gli atti ma bastavano i pensieri ero proprio messa male. 7 a 0!

8. Rubare. Non intendo solo sottrarre un oggetto a qualcuno ma anche rubarne la proprietà: scaricare musica o altro materiale illegalmente senza riconoscere i diritti di autore, evadere il fisco, rubare le idee… senza considerare che tutte le volte che non ho fatto nulla per impedirlo mi sono resa complice delle trasgressioni altrui. 8 a 0!

9. Quante volte non mi sono assunta le mie responsabilità o ho scaricato su altri i miei errori? Quante volte ho mentito a fin di bene o quante volte ho lasciato che altri mentissero voltandomi dall’altra parte? 9 a 0!

10 Infine gli oggetti materiali, l’affanno del possesso, l’indisponibilità a cedere ad altri una parte del mio benessere… Purtroppo neanche il punto della consolazione. 10 a 0!

Sinceramente

Dopo questa riflessione la mia idea di essere una “brava persona” suonava molto ridicola per non dire ipocrita. Ho capito la frase “Vuoi accettare Gesù come tuo personale Salvatore?”. In effetti avevo molto da salvare ed era impensabile riuscirci da sola. Lì ho deciso di affidare la mia salvezza a Gesù, fidarmi di Lui e del fatto che ha già compiuto tutto rendendomi figlia salvata, a tutti gli effetti, non dalle mie forze ma dalla sua grazia. 

Gesù ci offre un biglietto per l’eternità, dobbiamo solo accettare quel regalo e potremo ripartire con Lui da subito.

Alessia M.



1. Giacomo, 2-19 Tu credi che c’è un solo Dio, e fai bene; anche i demòni lo credono e tremano. 

2. Giacomo, 2-10

3. Esodo 20, 2-17. Non stupisca la discrepanza numerica: questi sono i comandamenti dati da Dio nella loro versione originale. La tradizione poi li ha rinumerati eliminando il secondo e spezzando in due l’ultimo.

4. Matteo 5,28

Ma come può un Dio buono permettere povertà, sofferenza, morte?

Ma come può un Dio buono permettere povertà, sofferenza, morte?

La domanda si sente spesso fra le persone che vivono momenti difficili e di scoraggiamento. Per capire l’oggi, però, è importante fare un passo indietro, tornare al “c’era una volta …” di tanti anni fa. Sappiamo che Dio creò l’uomo, e tutto quello che lo circondava, in modo perfetto, gli diede una compagna e il dominio su tutto il creato1. L’uomo però non fu soddisfatto da tutto questo e scelse volutamente di disobbedire: da qui la mutazione del suo stato e l’introduzione della povertà, della sofferenza e della morte2.

Noi oggi, dopo qualche migliaio di anni, potremmo però sentirci esclusi da quel misfatto. In fondo se Adamo peccò perché anche io devo pagarne il prezzo? Immaginiamo che un grosso evasore fiscale finisca sul lastrico perché, scoperto, debba restituire tutto. Ci sembrerebbe giusto e corretto che paghi, diremmo che doveva pensarci prima e nessuno proverebbe pietà neanche di fronte alla rovina della famiglia e dei suoi figli. Ogni giorno assistiamo a situazioni in cui le colpe dei padri sono ricadute sulle loro generazioni.

E Dio dov’è?

Dio è sempre lì uguale a ieri. Lo stesso Dio che creò in modo perfetto. Quel Dio che non ci ha abbandonati ma ha pensato una soluzione: la vita eterna. Ma un Dio che ci ha creati liberi di scegliere non poteva decidere per noi ed evitare che peccassimo. Allo stesso modo come nessuno può impedirci di prendere le nostre decisioni anche se sbagliate o addirittura contro la legge. E’ insito nel concetto di libertà. La soluzione, la nostra seconda possibilità (noi la offriremmo all’evasore fiscale su citato?) si chiama Gesù Cristo. Non si chiama “faccio finta che non sia mai successo” perché è un Dio giusto e imparziale.

Spesso mi sono chiesta perché il Golgota? Perché un sacrificio così cruento? Non bastava il perdono? Non so perché ha voluto così, perché ha pensato ad un piano di salvezza così complicato … La verità è che non possiamo far pensare Dio con la nostra testa, con la nostra visione da buco della serratura. Lui ha l’eternità sotto gli occhi e noi solo una manciata di anni vissuti e raccontati. Come il bambino che discutendo e criticando il nonno finirà nella rete del “quando avrai la mia età capirai … ”

Povertà, sofferenza, morte … ma allora come può un Dio buono permettere tutto questo?

Dio permette questo perché non è “il suo tempo” ma il nostro, quello del peccato e della ribellione. Nel suo tempo, la vita eterna, non ci sarà più pianto, sofferenza e morte. Troppo spesso ci concentriamo sulla piccola porzione di vita e di esperienza che abbiamo e giudichiamo l’eternità. La verità è che la nostra seconda occasione comincia proprio dove finisce la prima, cioè con la nostra morte carnale. E’ importante però come siamo arrivati a questo appuntamento: rivolti al passato, attaccati ai beni materiali, devoti a tutti gli idoli terreni o rivolti al futuro, attaccati a Gesù e devoti agli insegnamenti della Parola?

Anche oggi abbiamo il nostro albero della conoscenza del bene e del male, si chiama Gesù. Chi crede in lui e accetta i suoi insegnamenti conosce il bene, chi lo rifiuta è come se mordesse il frutto facendo di nuovo l’errore di Adamo. Ma questa volta conosce bene le conseguenze e soprattutto pagherà da solo e per sempre. Adamo forse non ha compreso subito la portata del suo errore e quale prezzo avrebbero pagato tutti i suoi eredi. Più che mai oggi siamo chiamati a riflettere su come stiamo vivendo e su quale meta vogliamo raggiungere perché con la morte la nostra scelta sarà fissata per l’eternità.

Non gettiamo questa seconda occasione perché sarà l’ultima.

Alessia M.

 


1. Gen. 1, 26-31 Poi Dio disse: «Facciamo l’uomo a nostra immagine, conforme alla nostra somiglianza, e abbiano dominio sui pesci del mare, sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutta la terra e su tutti i rettili che strisciano sulla terra». Dio creò l’uomo a sua immagine; lo creò a immagine di Dio; li creò maschio e femmina. Dio li benedisse; e Dio disse loro: «Siate fecondi e moltiplicatevi; riempite la terra, rendetevela soggetta, dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e sopra ogni animale che si muove sulla terra». Dio disse: «Ecco, io vi do ogni erba che fa seme sulla superficie di tutta la terra, e ogni albero fruttifero che fa seme; questo vi servirà di nutrimento. A ogni animale della terra, a ogni uccello del cielo e a tutto ciò che si muove sulla terra e ha in sé un soffio di vita, io do ogni erba verde per nutrimento». E così fu. Dio vide tutto quello che aveva fatto, ed ecco, era molto buono.

2.  Gen. 3,19 mangerai il pane con il sudore del tuo volto, finché tu ritorni nella terra da cui fosti tratto; perché sei polvere e in polvere ritornerai.

Tra Cielo e Terra

Tra Cielo e Terra

Cielo e Terra, da sempre due spazi separati e inavvicinabili. Il cielo che con le tre nostre dimensioni percepite non sembra altro che il nulla gelido posto al di sopra dei nostri capi pensierosi, uno spazio misterioso, immenso e pertanto sconosciuto nonostante gli sforzi smisurati di farvi casa nelle prossime generazioni. La terra, beh, la conosciamo bene, d’altronde ci abitiamo, la roviniamo, la inquiniamo, la violentiamo, non ne abbiamo grosso rispetto, e a volte, sorvolando sulle stratosferiche risorse economiche spese per conoscere i cieli e fingendo di dimenticare il degrado causato dall’uomo al pianeta, ci arrabbiamo con Dio per le morti causate da catastrofi “naturali”. Ma quanto hanno di naturale questi sconvolgimenti della terra? Quanto la terra è vittima di se stessa? In questi ultimi decenni in Italia sono state troppe le situazioni anomale che hanno portato dolore a famiglie e spettatori di reportage sempre più duri e laceranti. Terremoti, esondazioni, alluvioni, ecc. Mi sembrano situazioni incalzanti che trovano un ritmo ormai sempre più veloce e allarmante, ma noi ci stiamo riflettendo? Perché possiamo come uomini dominare su tutto tranne sulla Natura, e quindi sull’invecchiamento e morte stessa del padrone del pianeta? Sicuramente questo Cielo non è solo una macchia scura come dice Renato Zero in una sua vecchia canzone di successo; d’altronde siamo sospesi fra Cielo e terra, seppure siamo ancora abituati a credere unicamente in ciò che vediamo e possiamo stringere fra le mani.

E finché crederemo a ciò che si può solo dimostrare empiricamente, come se le emozioni, la coscienza e i sentimenti poi fossero risultati di regole matematiche ben rigide, avremo un grosso vuoto, grosse difficoltà a trovare delle risposte alle domande tipiche dell’uomo. Da dove vengo? dove vado? Con la morte biologica termina tutta la mia esistenza?

Questa cosa miserabile è la vita? Un rincorrere sogni e obiettivi e quando, a stento, raggiunti se ne aprono e spiegano davanti a noi altri manifestando la nostra incapacità a realizzarci e a trovar pace … E’ proprio vero, l’uomo ha un vuoto, un vuoto a forma di Dio.

Totò aveva ragione

Totò aveva ragione

Già, proprio così, Totò aveva ragione … Quando riesco faccio una bella corsetta per tenermi in forma, così per avventurarmi in un parco verde e isolato dal trambusto della città sono costretto a passare davanti ad un cimitero. E’ successo oggi. Mentre passavo davanti al lungo cancello del cimitero mi è venuta in mente la poesia, scritta in napoletano, sulla morte, quella del grande Antonio de Curtis, ossia Totò. Beh, è un pò lunghetta, quindi niente spavento, non ve la cito! Se l’avete sentita facilmente tornerà alla mente il significativo titolo: A livella.

Se vuoi ascoltarla eccoti un link di un video

Si, Totò aveva detto bene in quei versi ricchi di ironia, aveva dipinto la morte come una livella, come quell’unico evento che ci rende tutti uguali davanti a lei. Il Marchese citato nella poesia e il netturbino, se nella vita hanno avuto percorsi davvero differenti e distinti, con la morte appianano la loro “differenziazione” sociale. Non è da tutti far sorridere parlando di temi seri, Totò ne è stato capace.

Forse tu hai paura della morte, forse tu sei uno di quelli che fa scongiuri quando si accenna a questa inevitabile fine, quando si tira in ballo “a livella”. Certo, tutti dobbiamo morire, ma se la morte è una livella sulle barriere sociali, sulle distanze che abbiamo costruito da vivi, non è però certo anche una livella spirituale. Per chi crede in Gesù c’è una Vita ad attenderci dopo, c’è un disegno divino che si realizzerà, un piano d’amore che troverà l’apice proprio con questo passaggio.

“Nessuno è tornato indietro a dirci come stanno le cose!”, questa è la frase che spesso mi dicono le persone quando parlo loro della vera speranza che ci offre il Cristianesimo. Fai un calcolo delle probabilità: un 50% a te che non credi e un 50% a me che mi fido di Gesù … e se avessi ragione io nel fidarmi del Risorto? Potresti trovarti in un serio guaio, pensaci!

La Missione è … incontrare tutti

La Missione è … incontrare tutti

Gesù in Samaria

Dopo aver celebrato la Pasqua a Gerusalemme, Gesù deve tornare in Galilea. Sarebbe stato più normale che Gesù avesse attraversato la Valle del Giordano, percorrendo così una strada più piana e senza il pericolo di incontrare i nemici samaritani; ma Giovanni ci dice: “Gesù doveva passare in Samaria.” I samaritani erano anch’essi ebrei come i giudei, ma da alcuni secoli erano religiosamente separati da questi ultimi che li ritenevano impuri perché si mescolavano ai pagani. L’incontro di Gesù con la samaritana ci mostra come questi si relazionasse con le persone, indipendentemente dalla loro origine, e come egli stesso apprendesse e si arricchisse parlando con gli altri.

Il pozzo

Gesù dunque giunge affaticato in Samaria e si siede vicino al pozzo dei patriarchi, il pozzo donato da Giacobbe ai suoi figli. Nella Bibbia il pozzo è sì fonte d’acqua per la vita dell’uomo, ma è anche simbolo della vita spirituale del credente. Secondo i rabbini del tempo di Gesù, il pozzo, con la sua acqua profonda, rappresenta la Parola di Dio, la Torah, la Legge. La radice ebraica della parola “pozzo”è la stessa del termine”conoscenza”. Il pozzo quindi è più che una semplice cisterna d’acqua. In questo brano però il pozzo si pone in contrapposizione alla fonte:il pozzo, come abbiamo detto, è sinonimo di legge; l’acqua del pozzo però è ferma, bisogna raggiungerla con i secchi, l’acqua viva della fonte invece sgorga fresca, va incontro a chi si avvicina.

L’incontro

Gesù che siede vicino al pozzo si presenta come colui che ha pazienza, che rispetta i tempi dell’uomo: è accanto al pozzo ed aspetta che la donna venga ad attingere l’acqua, scegliendo per l’incontro un momento che appartiene alla sua quotidianità. Spesso corriamo il rischio di pensare che siamo noi a “darci da fare” per incontrare il Signore, in realtà è lui che si fa vicino a noi, si incarna nelle situazioni più strane per incontrarsi con l’uomo. L’incontro con Dio, quindi, lo svelarsi del suo progetto d’amore, deve assumere per ogni uomo sia la dimensione del dono (non ci è dovuto), che l’atteggiamento dell’ascolto (dobbiamo lasciar parlare Dio dentro di noi). Gesù dunque è in attesa vicino al pozzo, luogo d’incontro per eccellenza, ma è mezzogiorno e a quell’ora nessuno va ai pozzi perché è l’ora più calda e le famiglie sono riunite attorno alla tavola. Arriva però una donna della Samaria (senza nome perché La Samaritana: un incontro tra gli incontri rappresentante di un intero popolo) che viene ad attingere l’acqua a quest’ora insolita sicuramente a causa della sua esclusione dalla società dovuta al suo comportamento immorale: “aveva avuto cinque mariti…”. Gesù è solo perché i discepoli sono andati a prendere cibo in città e non ha una brocca per prendere l’acqua. Le regole non gli permettono di parlare con una donna e perdi più samaritana, e ovviamente neanche a lei è permesso parlare con un uomo perdi più straniero. Gesù però ha sete, una sete non solo d’acqua, ma soprattutto ha sete di salvare i peccatori ed avvia perciò un dialogo che porterà la donna a svelarsi, a portare alla luce ciò che in lei era nascosto, senza che lei venga mai offesa. La donna quindi sentendosi amata diventa credente, testimone e missionaria. Ma anche Gesù in questo dialogo si svela progressivamente: da sconosciuto a profeta e poi Messia.

Il dialogo

Gesù si rivolge alla donna dicendole: “Dammi da bere!”; si mette nella stessa condizione della donna: avere sete! Non si presenta come colui che dà, che porta, che aiuta, ma come colui che domanda. La sua domanda svela la sua vera autorità: la capacità di far crescere l’altro, di fargli posto, di renderlo vero soggetto. Autorità dunque non significa avere potere: ha vera autorità chi fa crescere l’altro, non chi esercita il potere. Chiede alla samaritana dell’acqua e l’accento della Galilea lo tradisce: è un giudeo! Chi le chiede da bere è un nemico, è uno che di solito si sente superiore a lei, donna straniera e immorale che da un giudeo può aspettarsi solo disprezzo. La donna a questo punto avrebbe potuto rifiutarsi di dargli l’acqua o avrebbe potuto dargliela e ritirarsi in buon ordine. Lei invece preferisce “attaccar bottone” e lo fa con una provocazione: “Come mai tu che sei giudeo chiedi da bere a me che sono una donna samaritana?” La donna sfida Gesù in un misto di stupore ed ironia; sentimenti comprensibili se si tiene conto del disprezzo tra i due popoli e del fatto che la donna considera l’uomo che ha davanti un giudeo tra tanti. Gesù perciò non la biasima, ma porta subito il dialogo sul vero terreno, mettendo al centro del discorso Dio e il mistero della sua persona: “Se tu conoscessi il dono di Dio e colui che ti dice: “dammi da bere”, tu stessa gliene avresti chiesto e lui ti avrebbe dato acqua viva Gesù inizia a svelare se stesso e il mistero dell’acqua viva: non è Lui che dovrebbe chiedere qualcosa, ma la donna, perché solo Lui è la sorgente che disseta. Sembra quasi che dica alla donna: “tu non sai chi sono io”, senza falsa modestia, ma anche senza sfondare la porta, avendo piuttosto chiaro quello che ha ricevuto e può dare. Egli vuole portare la donna a scoprire il suo vero bisogno, quello a cui solo Dio può rispondere: il bisogno dell’acqua viva. Gesù non umilia l’uomo manifestando apertamente la sua grandezza e potenza, ma si fa vicino ad ogni uomo condividendo i suoi stessi bisogni. Il paradosso di questo dialogo non sta tanto nel fatto che un giudeo chiede dell’acqua ad una samaritana, quanto nel fatto che sia Lui a chiedere, essendo proprio Lui il possessore della sorgente; è l’atteggiamento di un Dio-Padre che chiede un minimo di disponibilità ed apertura alla Sua Parola per poter dare in abbondanza. La donna comincia ad intuire che non ha davanti a se un giudeo qualunque. In realtà si trova La Samaritana: un incontro tra gli incontri di fronte un pozzo misterioso che contiene un’acqua che può saziare la sua profonda sete: è un dono esclusivo di Dio, è la conoscenza del mistero di Cristo, è il dono dello Spirito Santo.

Gesù acqua viva

La samaritana, a questo punto, comincia a rendersi conto che nella sua vita c’è qualcosa di sbagliato, ma la sua risposta è ancora legata all’acqua materiale del pozzo: “Signore dammi di quest’acqua perché non abbia più sete!” Non riesce ancora ad intuire fino in fondo la novità di Gesù, ma, forse senza neanche rendersene conto, pone la domanda sull’origine dell’acqua viva: “Da dove prendi l’acqua viva?” Solo Gesù conosce la fonte dell’amore misterioso e gratuito di Dio e può rivelare ciò solo a chi ascolta nella fede. Quando poi la donna, continuando con le sue provocazioni, chiede a Gesù: “Sei tu più grande del nostro padre Giacobbe?”, gli da lo spunto per fare un nuovo passo avanti. Gesù le risponde spiegandole che se Giacobbe ha donato loro un pozzo dal quale poter attingere un’acqua che toglie la sete solo per breve tempo (il riferimento è chiaramente alla Torah), lui può donare una sorgente la cui acqua disseta per sempre; un’acqua che diventa, in chi la beve, nuova sorgente generatrice di vita eterna, capace di introdurre l’uomo nella vera vita. L’acqua viva di Gesù quindi è un’acqua spirituale; bere di quest’acqua significa accogliere il mistero di Gesù per diventare suo discepolo. La samaritana rappresenta ciascuno di noi che ancora oggi arriva al pozzo con la propria sete, i propri bisogni ed attende una risposta dal Signore. Ed anche oggi Gesù ci chiede: “Che tipo di sete, che tipo di amore c’è nel cuore di ognuno di noi? E soprattutto a quali pozzi beviamo ogni giorno, con quali acque vogliamo dissetarci?” Se scrutiamo nel nostro cuore scopriamo che forse c’è qualcosa che non va, che oltre al Signore ci sono altri signori che ci fanno vivere con un cuore diviso: il Vangelo ci invita a tagliare radicalmente con il compromesso per chiedere la felicità e la vita dello spirito solo a Cristo. Bevendo alla sorgente che è Cristo siamo chiamati noi stessi a diventare sorgente che dà acqua a quelli che ci stanno vicino, che incontriamo nel nostro quotidiano. Come Gesù però, anche noi, quando vogliamo annunciare Dio non dobbiamo farlo cercando di convincere l’altro del male e del peccato che è in lui, ma dobbiamo piuttosto mostrargli il dono di Dio, di Gesù acqua viva, dobbiamo farglielo conoscere fino a mettergli nostalgia di un’acqua che non possiede; fino a che l’altro, così come la samaritana, non ci dice: “Dammi da bere di quest’acqua”.

Il “Si” della Samaritana

Ecco che la samaritana comincia a superare il livello materiale dell’acqua, comincia ad afferrare il dono di Gesù ed è pronta ad entrare nello sconfinato progetto di Dio. Si è avuto il giusto capovolgimento della situazione: non è più Gesù a chiedere, ma la samaritana. Inaspettatamente Gesù, a questo punto, compie una svolta impensata nel colloquio: dimostra alla donna di conoscere la sua situazione: “Vai a chiamare tuo marito”. La samaritana, che si La Samaritana: un incontro tra gli incontri rende conto sempre più che quello che ha di fronte non è un qualsiasi giudeo, riconosce il suo passato di infedeltà: “Non ho marito”. La richiesta di Gesù è in realtà un invito fatto alla donna perché rinunci alla sua vecchia vita, per iniziare una vita nuova nella libertà dello spirito; nell’accoglienza dall’acqua viva donata da Gesù. La risposta della samaritana è il suo”si”alla proposta di Gesù. Per questo Gesù apprezza la sincerità d’animo della donna e nel prosieguo del dialogo le dimostra come la sua sia una situazione di vita molto triste e lontana da quella della vita eterna. Gesù si è completamente svelato alla donna è lei riconosce finalmente in Gesù un profeta, un inviato da Dio che può leggere nei segreti del cuore. Riconoscendo in quel giudeo un profeta, la donna lo interroga subito sul problema del culto, sul dove sia possibile incontrare ed adorare Dio: a Gerusalemme dove c’è il tempio, come sostengono i giudei, o sul monte Garizim, come invece affermano i samaritani. Gesù superando la secolare controversia tra i due popoli, fa alla donna una grande rivelazione: “E’ venuta l’ora in cui Dio non lo si incontra più a Gerusalemme, né sul monte Garizim, ma lo si incontra nello Spirito e nella Verità. L’autentico luogo della preghiera quindi deve essere quello di un culto spirituale, un’adorazione che si rivolge al Padre e si pratica nello spirito e nella verità di Cristo. Bisogna adorare Dio nel proprio corpo, dove il Padre, il Figlio e lo Spirito prendono dimora. La donna ora è in sintonia con Gesù: “So che deve venire il Messia e che quando verrà Lui ci farà capire ogni cosa”. Gesù le si svela nella sua verità di Messia e la donna passa dalla miseria alla salvezza. La samaritana quindi, da donna emarginata, immorale e straniera, alla fine dell’incontro con Gesù diventa donna di fede e testimone tra la sua gente; dimentica di dover prendere l’acqua, ma soprattutto dimentica la sua condizione. L’unica cosa che diventa importante per lei è quella di correre dalla sua gente e raccontare la sua esperienza, il suo incontro. Ma anche lei non impone alla sua gente un dogma; racconta i fatti che le sono accaduti e lascia loro questo interrogativo: “Che sia costui il Messia?” La gente potrà fare la propria scelta in tutta libertà.

Conclusione

Il Signore invita anche noi a sentire la fonte zampillante dello Spirito che è in ognuno di noi ed anche noi, come la donna seduta al pozzo, dobbiamo comprendere che solo Cristo placherà la nostra sete, ma solo se noi gli daremo spazio. Alla samaritana sono bastati dieci minuti in compagnia di Gesù ed un minimo di disponibilità perché la sua vita si trasformasse radicalmente.

Ma in cosa credono gli evangelici?

Ma in cosa credono gli evangelici?

Evangelici o Protestanti

Si chiamano ʺevangeliciʺ  perché la base su cui si fonda la loro fede cristiana è l’Evangelo di Gesù Cristo. ʺProtestantiʺ, da pro‐testari (dichiararsi a favore di qualcosa o qualcuno o fare opposizione contro ingiustizia e prevaricazione). Alcuni punti importanti differenziano i protestanti dai cattolici:

La chiesa

I protestanti pensano che nessuna chiesa detenga in modo esclusivo la verità. La Chiesa di Cristo una, santa, apostolica, universale (che è il significato della parola  ʺcattolicaʺ) si esprime sulla terra nella dimensione storica, umana, fallibile, in comunità locali, differenti le une dalle altre per dottrina, struttura, forme di culto. La differenza, in sé legittima, diventa negativa quando porta alla divisione e alla opposizione. L’unità nella diversità è il cammino da percorrere perché l’Evangelo di Cristo sia predicato fedelmente, pur nella ricchezza di accentuazioni diverse, in un confronto reciproco continuo ispirato a fraternità e unità di intenti.

Il culto

Gli elementi del culto evangelico sono essenzialmente: la lettura e la predicazione della Parola del Signore, la preghiera, l’annuncio della grazia, la confessione di fede, il canto della comunità, la Cena del Signore (non tutte le domeniche). 

I luoghi di culto

Essi non hanno carattere di sacralità. Non sono i muri che garantiscono la presenza del Signore, ma la sua promessa: ʺDove due o tre sono riuniti nel mio nome io sono in mezzo a loroʺ (Matteo 18.20).

I ministri

Tutti i servizi ministeriali possono essere assunti sia da donne che da uomini. I ministeri nelle chiese evangeliche (Pastori, Dottori, Anziani e Diaconi, e altri ancora secondo i doni dello Spirito) non costituiscono un  ʺcleroʺ  con prerogative esclusive, né una ʺgerarchiaʺ e, se lo vogliono, possono contrarre matrimonio. Il Capo della Chiesa è Gesù Cristo che non ha vicari terreni. Il governo della chiesa, sotto la guida dello Spirito, è affidato a organismi assembleari.

I sacramenti

Per i protestanti i sacramenti (atti voluti e istituiti direttamente da Gesù) sono due: battesimo e Cena del Signore.

Per quanto riguarda il battesimo esistono due differenti tradizioni: una che lo amministra per aspersione ai figli in tenera età dei credenti, oppure agli adulti non battezzati, l’altra che lo amministra per immersione ai credenti dopo esplicita confessione di fede (come avviene nella nostra comunità lissonese). La stessa confessione di fede è richiesta a chi è stato battezzato da bambino (confermazione).

La Cena del Signore, data sotto le due speci del pane e del vino, è segno della grazia efficace di Dio che in Gesù Cristo ha dato se stesso sulla croce per la nostra salvezza, ed è segno della sua reale presenza in noi e in mezzo a noi, dell’attesa gioiosa del ritorno glorioso del Cristo risorto. Tutto ciò non implica un ministero sacerdotale né implica una materializzazione del corpo di Cristo.

Il peccato e la grazia

Tutti siamo peccatori e tutti siamo salvati per la sola grazia per mezzo di Gesù Cristo. La fede è l’unica possibilità umana di accogliere e conoscere la grazia. Le buone opere non servono per acquisire meriti di salvezza, ma sono l’indispensabile espressione della nostra riconoscenza e del nostro amore verso il Signore che ci ha amati, perdonati e salvati.

I santi

Secondo il Nuovo Testamento tutti i credenti sono definiti santi. Coloro che hanno vissuto la vocazione cristiana con particolare intensità, consacrazione in fede e in opere e in alcuni casi fino al prezzo della vita (martiri), sono anch’essi salvati per sola grazia e non hanno acquisito speciali meriti né per loro stessi né per noi. I protestanti li ricordano come figure significative e esemplari, ma non li fanno oggetto di particolare venerazione, né li beatificano o santificano, né richiedono la loro intercessione.

La madre di Gesù

ʺBenedetta tra le donneʺ è Maria per essere stata ʺcolmata di graziaʺ, scelta da Dio per essere la madre terrena di Gesù Cristo. Essa, secondo il vangelo, ha avuto altri figli da Giuseppe. I protestanti, pur riconoscendo la sua importanza come prima testimone di Cristo e come esempio sublime di fede, umiltà, obbedienza, non la considerano essere soprannaturale né la fanno oggetto di speciale venerazione.

Le immagini e i segni

I protestanti, generalmente, non hanno immagini o statue sia perché il secondo comandamento lo vieta, sia per evitare il rischio, presente nella religiosità popolare, di identificare l’immagine con la realtà raffigurata. I protestanti hanno la croce come segno distintivo del cristianesimo, ma non il crocifisso, perché Cristo è risorto! I protestanti non adottano il  ʺsegno della croceʺ  perché oggetto di interpretazioni non corrette come atto di superstizione, di propiziazione o addirittura  ʺportafortunaʺ.

Nei culti protestanti la ritualità è ridotta a pochi elementi essenziali.

I miracoli

Gesù compiva miracoli come segni della sua predicazione di salvezza e di amore. E’ lecito nella nostra vita scorgere questi segni anche nelle piccole cose, normali o straordinarie. Essi indicano, al di là di loro stessi, il vero unico miracolo: il dono di Dio in Cristo Gesù. Diffidiamo di ogni altro miracolo, soprattutto di carattere straordinario. Anche le forze demoniache possono far miracoli. Su di essi non può essere edificata un’autentica fede cristiana.

I morti

Al momento della nostra morte, noi rimettiamo la nostra esistenza nelle mani di Dio, fiduciosi del suo perdono, del suo amore, della certezza della sua salvezza e del dono della risurrezione e della vita eterna offertoci da Cristo. Non è dunque necessario il ʺsuffragioʺ per i defunti.

Ma Dio esiste?

Ma Dio esiste?

Quante volte abbiamo avuto segnali chiari per poterlo affermare, eppure il nostro orgoglio o il timore di dover accettare di dipendere da qualcuno che ne sa più di noi hanno avuto il sopravvento. Vi lascio con una storiella che ci aiuta a identificare la nostra situazione. Nel ventre di una donna incinta si trovavano due bebè. Uno di loro chiese all’altro:
  • Tu credi nella vita dopo il parto? – Certo. Qualcosa deve esserci dopo il parto. Forse siamo qui per prepararci per quello che saremo più tardi.
  • Sciocchezze! Non c’è una vita dopo il parto. Come sarebbe quella vita?
  • Non lo so, ma sicuramente… ci sarà più luce che qua. Magari cammineremo con le nostre gambe e ci ciberemo dalla bocca.
  • Ma è assurdo! Camminare è impossibile. E mangiare dalla bocca? Ridicolo! Il cordone ombelicale è la via d’alimentazione … Ti dico una cosa: la vita dopo il parto è da escludere. Il cordone ombelicale è troppo corto.
  • Invece io credo che debba esserci qualcosa. E forse sarà diverso da quello cui siamo abituati ad avere qui.
  • Però nessuno è tornato dall’aldilà, dopo il parto. Il parto è la fine della vita. E in fin dei conti, la vita non è altro che un’angosciante esistenza nel buio che ci porta al nulla.
  • Beh, io non so esattamente come sarà dopo il parto, ma sicuramente vedremmo la mamma e lei si prenderà cura di noi.
  • Mamma? Tu credi nella mamma? E dove credi che sia lei ora? Dove?
  • Tutta in torno a noi! E’ in lei e grazie a lei che viviamo. Senza di lei tutto questo mondo non esisterebbe.
  • Eppure io non ci credo! Non ho mai visto la mamma, per cui, è logico che non esista.
  • Ok, ma a volte, quando siamo in silenzio, si riesce a sentirla o percepire come accarezza il nostro mondo. Sai? … Io penso che ci sia una vita reale che ci aspetta e che ora soltanto stiamo preparandoci per essa …
  • Sarà ma io mi fido poco o nulla di quello che non vedo …

La Bibbia è storicamente accurata?

La Bibbia è storicamente accurata?

Il caso Daniele

Qualcuno si ostina a credere ancora che Baldassar, il sovrano citato  nel libro di Daniele nella Bibbia, al capitolo 5, sia stato confuso dall’autore con Nabonide, ultimo sovrano di Babilonia, eppure abbiamo dall’archeologia prove concrete  che Daniele avesse perfettamente ragione a scrivere ciò che ha voluto riportare. Da dove nascono questi dubbi allora? Certamente da un approccio poco serio al testo biblico, spesso analizzato con pregiudizio e senza un vero spirito razionale che dovrebbe animare un onesto ricercatore. Perché dico questo? Seguitemi nella mia analisi razionale … e ve ne renderete conto.

Nessuno storico extrabiblico accenna mai a questo personaggio, Baldassar. Quindi, se saremo così frettolosi e poco ortodossi, potremmo sospettare che la Bibbia possa contenere incongruenze storiche. E’ un po’ presto per arrivare con così pochi elementi ad una conclusione azzardata e poco seria, non credete? Berosso , sacerdote, astronomo e astrologo babilonese vissuto tra il IV e il III secolo aC, celebre per aver composto in greco la Babyloniaká, ovvero la Storia di Babilonia, citata negli scritti dello storico giudeo Giuseppe Flavio, ci fa arrivare la seguente successione di re di Babilonia: Nabucodonosor (citato nelle Scritture), Evil-Marudack (l’Evil-Merodac delle Scritture, 2 Re 25:27; Geremia 52:31), Neriglissar (Geremia 39:3, 13), Laborosoarchad, Nabonide e Ciro. Lo storico greco Tolomeo riporta la medesima successione con nomi leggermente diversi; in ogni modo, Baldassar non compare in nessuno dei due elenchi.

In seguito, sorse il sospetto ai critici razionalisti che Daniele non fosse stato presente a ciò che affermava e che forse il suo libro avesse una data più tarda di quello di Berosso. Già… i soliti sospetti che vogliono screditare l’attendibilità della Bibbia…senza riuscirci, aggiungo io! Come poteva Berosso aver sbagliato? E come mai storici quali Erodoto, Senofonte, non fanno alcun cenno a questo presunto monarca? Ma io voglio invertire la domanda: perché la Bibbia è meno attendibile dei resoconti di Berosso, Tolomeo, ecc.? Questi uomini sono infallibili? Sono sempre stati testimoni oculari? O riportano anch’essi spesso ciò che hanno potuto raccogliere con informazioni non sempre documentate, accontentandosi a volte di riferimenti tramandati oralmente o di tradizioni?

Per capire di quali imperi stiamo parlando, siamo attorno al 560-530 a.C., puoi consultare questa cartina. Quindi, per capirci, il profeta Daniele nel capitolo 5 del suo libro avrebbe dovuto parlare di Nabonide e non di Baldassar, almeno questo dicevano i critici fino a quasi 130 anni fa. Quanto durò il Regno di Nabonide? Dalla storia sappiamo che dal 555 a.C al 553 Nabonide fu in Cilicia, in Siria e poi in Arabia dove ricostruì Teima , città nella quale soggiornò a lungo, come risulta nella lacunosa Cronaca di Nabonide, fino al 545 a.C. Questa, come puoi vedere qui, è una tavoletta cuneiforme che fu rinvenuta tra le rovine di un luogo vicino alla odierna Bagdad nel 1879. Il testo di questa tavoletta fu pubblicato per la prima volta da T.G. Pinches nel 1882 e successivamente fu ripubblicato da Sidney Smith nel suo libro Babylonian Historical Texts (Londra, 1924). Per dare al lettore un’idea di come questa tavoletta “fissi” la data della caduta di Babilonia, si riporta di seguito la parte che interessa nella traduzione di “Ancient Near East Texts” di James B. Pritchard, Princenton, New Jersey, 1950 p. 306: [anno diciassettesimo] … Nel mese di Tashritu, quando Ciro attaccò l’esercito di Akkad a Opis, sul Tigri, la popolazione di Akkad si ribellò, ma egli (Nabonide) massacrò gli abitanti in tumulto. Il 15° giorno Sippar fu presa senza combattere, Nabonide fuggì. Il 16° giorno Gobryas (Ugbaru), governatore del Gutium, e le truppe di Ciro entrarono in Babilonia senza combattere. In seguito Nabonide fu catturato in Babilonia quando tornò (quivi).

La conferma data da Gesù agli scritti di Daniele era per i credenti una garanzia del tutto soddisfacente dell’autenticità del libro, ma la sua attendibilità appariva compromessa agli occhi dei critici: pur non mettendo in discussione la veridicità di Cristo, sussisteva il fatto che non un solo storico profano menzionava il personaggio Baldassar. Questa situazione perdurò sino a quando sir Henry Rawlinson decifrò alcuni cilindri in cui figuravano informazioni riguardanti appunto Nabonide (Kitto J., A Cyclopedia of Biblical Literature, vol. 1, pag. 333. Cfr. Fuller M. J., An essay on the authenticity of the book of Daniel, pag. 156.) Da queste affermazioni emerse chiaramente che Bil-shar-uzur (Baldassar) era figlio di Nabonide e che per un periodo fu coreggente nel regno (Rawlinson H, The historical evidences of the truth of the Scripture records, pag. 441 e segg. Cfr. anche  Horne H. T., Compendious Introduction to the Study of the Bible, pag. 433-434)

Questa scoperta pose fine alla discordanza tra gli scritti di Berosso e quelli di Daniele: Nabonide era stato l’ultimo re di Babilonia che era fuggito dalla sua capitale per potersi successivamente arrendere, mentre Baldassar, rimasto a Babilonia in sua vece, perì quando la città cadde in mano persiana. Questo spiega anche perché Baldassar promise a chiunque avesse interpretato lo scritto sulla parete di diventare “terzo nel regno” (Daniele 5:7), essendo egli stesso secondo, dopo Nabonide suo padre. Inoltre, per quanto Baldassar non sia mai stato formalmente incoronato, gli storici greci Erodoto e Senofonte ci confermano che Babilonia fu presa dai Persiani mentre era in corso una festa religiosa, senza quasi che gli abitanti se ne rendessero conto. Proprio come racconta il capitolo 5 del libro di Daniele. (Cfr. Rawlinson H., History of Herodotus, Volume 1, pag. 431-432. ) e come ben riporta, se non bastasse, il reperto del  British Museum , il già citato cronache di Nabonide.

Baldassar viene detto “figlio di Nabucodonosor” al verso 2 del cap. 5 di Daniele, mentre nelle cronache viene detto “figlio di Nabonide”: messi insieme i dati forniti dai testi cuneiformi e da Erodoto (I, 185-186), si deduce che Nitocris, moglie di Nabonide padre di Baldassar, essendo probabilmente figlia di Nabucodonosor, Baldassar poteva dirsi figlio di costui (cfr. R.P. Dougherty, Nabonidus and Belshassar; a study of the closing events of the neo-babylonian Empire, New Haven 1929). Sempre grazie a questo reperto conservato a Londra troviamo: Diciassettesimo anno (539/538): Nabu passato da Borsippa per la processione di Bel [lacuna] Il re entrò nel tempio di Eturkalamma ; nel tempio fece una libagione di vino. Bêl uscì in processione. Si sono esibiti al festival del nuovo anno secondo il rituale completo [4 aprile] . Nel mese di [ ABU ?] Lugal-Marada e gli altri dèi della città Marad, Zabada e gli altri dèi di Kish, la dea Ninlil e gli altri dei del Hursagkalama visitato Babilonia. Fino alla fine del mese Ululu tutti gli dèi di Akkad(Babilonia)-quelli sopra e quelli di sotto-entrato Babilonia. Gli dei di Borsippa, Cutha e Sippar non sono entrati.

Nel mese di Tašrîtu (Ottobre) , quando Ciro attaccò l’esercito di Akkad a Opis sul Tigri, gli abitanti di Akkad si ribellarono, ma lui [Ciro] massacrò gli abitanti. Il quindicesimo giorno [12 ottobre], Sippar  sequestrato senza battaglia. Nabonedo fuggito. Il sedicesimo giorno, Gobria [litt: Ugbaru] il governatore di Gutium, e l’esercito di Ciro entrò Babilonia senza combattere. … Nel mese di Arahsamna, il terzo giorno [29 ottobre], Ciro entrò Babilonia, [oggetti non identificati] sono stati riempiti prima di lui – lo stato di pace è stato imposto alla città. Cyrus ha inviato un saluto a tutti Babilonia. Gobria, il suo governatore,  installato in Babilonia…Il re Ciro aveva conquistato Babilonia nel diciottesimo anno di Nabonide (556-539 a.C.), il quale, rifugiatosi a Borsippa, minacciato di assedio, si arrese. Ciro, per allontanarlo definitivamente da Babilonia, lo nominò governatore di Carmania (regione dell’antico Iran) dove morì (Smith S., Babylonian historical texts: relating to the capture and downfall of Babylon, pag. 35).

Che dire? Ecco allora che Babilonia viene presa la notte descritta da Daniele, mentre regna Baldassar e Nabonide è fuggiasco. Quadra tutto, niente è fuori posto, la Bibbia aveva perfettamente ragione! Come mai ancora in rete troviamo citazioni fuorvianti che parlano di scambio di persone e di errori di Daniele? Ancora a Londra, al British Museum, sul cilindro di Ciro sono riportate nelle linee 1-19 le azioni “incorrette” di Nabonide, l’ultimo re di babilonia, ed indirettamente si fa riferimento a suo figlio Belshazzar.

I critici della Bibbia dicono che Daniele ha confuso Dario il Medo con Dario I il persiano. E figurati!  Ciò è errato in quanto:

  1. Dario I, figlio di Istape, non poteva essere chiamato il Medo in quanto tutti ben sapevano che era un discendente dell’antica linea regale persiana.
  2. Dario I non poteva avere assunto il potere a Babilonia all’età di sessantadue anni, come viene detto nel testo, perché era noto a tutti che cominciò a regnare abbastanza giovane.
  3. In Dan.9:1 vien detto che Dario, figlio di Assuero (re), della stirpe dei Medi, fu costituito re sopra tutto il regno dei Caldei. Il termine “fu costituito” (in aramaico homlàk) lascia intendere che egli abbia ricevuto il titolo di re del regno dei Caldei da un autorità più elevata di lui, quindi da Ciro.
Questo si accorda bene con l’ipotesi che egli possa essere stato fatto viceré di Babilonia da Ciro il Grande, il quale lo aveva nominato governatore di Babilonia, e gli aveva permesso di portare il nome di re, come era già avvenuto nel caso di Baldassar, costituito re di Babilonia dal padre Nabonedo.I critici tuttavia obiettano che un semplice vicerè non poteva avere l’autorità da emettere un decreto che si estendeva a tutti gli abitanti della terra, come viene detto in Dan. 6:25. Si deve però osservare che la parola aramaica (ARA’) e la corrispondente ebraica “ERES”, che significano “terra” non necessariamente indicano un vasto impero ma possono indicare semplicemente un territorio o una contrada ben delimitata.   Quindi il decreto di Dario il Medo valeva soltanto nel territorio o nella contrada in cui era stato costituito governatore da Ciro il Grande.   Inoltre essendoci l’usanza da parte dei re di Babilonia fin dai tempi di Hammurabi di farsi chiamare “re di tutto l’universo” (letterale “re di tutti”), può darsi che anche Dario il Medo abbia semplicemente seguito l’antico costume che usava un termine implicante il dominio universale, pur non avendolo in realtà.   Si trattava semplicemente di una frase che faceva ormai parte dell’antico protocollo regale, ma che negli anni successivi perse il suo significato originario.

J.C. Whitcomb nel suo studio “Darius the Mede” del 1959 ha raccolto tutte le antiche iscrizioni riguardanti Ugbaru, Gubaru e Gaubaruva, che si trovavano nella Cronaca di Nabonide, nei testi del Contenau, nei testi di Tremayne e nella iscrizione di Behistum. Ha messo a confronti tutte queste iscrizioni e, con un paziente lavoro di comparazione e di eliminazione, ha dimostrato che Ugbaru( o Gobria) e Gubaru non sono lo stesso personaggio, il cui nome veniva pronunciato in maniera diversa, ma si trattava di due personaggi  ben distinti fra loro. L’idea che si trattasse sempre dello stesso personaggio, pronunciato in maniera diversa dai vari scrittori antichi, aveva provocato negli studiosi molta confusione inducendoli a respingere l’identificazione fra tale personaggio e Dario il Medo a causa delle notevoli differenze riscontrate nelle loro storie. In realtà Ugbaru fu un vecchio generale che divenne governatore di Gutium; fu lui a causare la conquista di Babilonia deviando le acque dell’Eufrate in un canale artificiale. Ma secondo i testi cuneiformi egli visse soltanto poche settimane dopo la sua vittoriosa impresa morendo a causa di una malattia improvvisa.

Sembra che dopo la sua morte un certo Gubaru sia stato stabilito governatore di Babilonia e di Ebirnâri (“regione al di là del fiume”) da parte del re Ciro il Grande. Egli è così chiamato nelle tavolette datate al quarto, sesto, settimo e ottavo anno del regno di Ciro (ossia 535, 533, 532 e 531 a.C.) e poi nel secondo, terzo, quarto e quinto anno di Cambise II (ossia 528, 527, 526 e 525 a.C.). Sembra che sia morto durante una rivolta e durante il regno di Dario I perché il 22 marzo del 520 a.C. il nuovo governatore di Babilonia risulta essere un certo Ushtani. W.F. Albright in The Date and Personality of the Chronicler (journal of Biblical Literature vol.40,p.11, n.2) asserisce che il nome Dario, persiano Darayavahush, era un titolo onorifico simile al nostro Cesare o Augusto al tempo dell’impero romano.   Nel persiano medievale (Zend) troviamo la parola dara con il senso di re. Quindi questo Gubaru è stato evidentemente chiamato col titolo onorifico Darayavahush.

Altra strana obiezione che trovate anche in rete, di alcuni presunti critici, è che la divisione del regno in satrapie spetta a Dario I, figlio di Istaspe. Pongo una seria domanda. Come mai  dal frammento delle Cronache di Nabonide abbiamo appurato che, nel descrivere la caduta di Babilonia, si cita che Ugbaru “governatore di Gutium e l’esercito di Ciro entrarono a Babilonia senza combattere”; poi, dopo aver descritto l’ingresso di Ciro in città avvenuto 17 giorni più tardi, l’iscrizione afferma inoltre che Gubaru, “il suo governatore, insediò dei governatori in Babilonia”, la stessa cosa che viene detta di Dario il Medo nel testo biblico? (Dan 6:1,2) Quindi perché sostenere inutilmente, andando contro la storia stessa, che per avere una suddivisione e reggenza con satrapi bisogna aspettare l’avvento di Dario I, qualche anno dopo la caduta di Babilonia ad opera di Ciro?

Quindi, possiamo accertare, invece, che Gubaru governava una regione che si estendeva per tutta la lunghezza della Mezzaluna Fertile, più o meno i vecchi territori del precedente impero babilonese. Va ricordato che di Dario il Medo viene detto che “era stato costituito” (quindi messo al potere da qualcun altro, il che fa pensare che fosse un governatore, come questo Gubaru) “re sul regno dei Caldei” (Dan 5:31), ma non “re di Persia” come invece viene definito Ciro (Dan 10:1).  Quindi, Dario il Medo  in realtà è stato un viceré che governava sul regno dei Caldei, ma subordinato a Ciro, il supremo monarca dell’impero persiano. A sostegno di questa ipotesi viene osservato che, nei rapporti con i sudditi babilonesi, Ciro era “re di Babilonia, re delle nazioni”, sostenendo in tal modo che l’antica dinastia di monarchi babilonesi rimaneva ininterrotta ed “egli lusingava la loro vanità, si assicurava la loro lealtà” dando il titolo formale di re al satrapo,  che rappresentava l’autorità sovrana dopo la partenza del re.

Concludo: la Bibbia, pur non essendo un testo prettamente storico, non contiene citazioni poco esatte o approssimative, ma al contrario è stata scritta da uomini illuminati da Dio, testimoni oculari degli eventi storici della loro epoca, ma soprattutto testimoni di un rapporto di fede col loro Dio che si rivela all’uomo. A noi ha lasciato le Scritture per mostrarci il suo piano di redenzione e per rivelarsi pienamente. Beffeggiarsi di esse, e screditarle con pregiudizio, ci allontanerà sempre più dalla Verità.

“Chi ascolta la mia Parola e crede a Colui che mi ha mandato ha vita eterna” – Gesù (Vangelo di Giovanni cap 5:24) anche Giovanni è stato un testimone oculare!

Siamo cristiani

Siamo cristiani

Siamo cristiani che riconoscono Gesù Cristo come loro Signore e Salvatore. Il termine “evangelici” inizialmente ci è stato affibbiato da altri. Purtuttavia ci sta bene se si vuole mantenere la radice del suo significato. Evangelico proviene dal termine Evangelo (o Vangelo) che significa “buona notizia”, la buona notizia di Gesù Cristo appunto. Infatti noi crediamo di doverci riferire al Vangelo ed alla Bibbia come alla somma autorità per la nostra fede e condotta di vita. La Bibbia è assolutamente centrale per la fede cristiana. L’uomo saprebbe molto poco su Dio e su se stesso se Dio non avesse parlato e non si fosse rivelato nella sua Parola. Il Dio che emerge dalle pagine della Bibbia non è un Dio indifferente, immobile e muto, ma il Dio che parla alla sua creatura, un Dio che è in missione verso l’uomo smarrito.

Per questo la Bibbia è essenziale per la vita di chiunque. Sostenere la sua centralità significa prima di tutto riconoscere che la Bibbia è il mezzo particolare attraverso il quale Dio comunica la sua verità all’uomo. Senza di essa ci sarebbe molta incertezza, ma per mezzo suo vi può essere la luce e la certezza di attingere dalla fonte diretta di Dio. Avendo perciò Dio rivolto all’uomo il suo messaggio, quest’ultimo può sperare, essere liberato e salvato.

In questo senso essere evangelici significa essere coerenti con l’affermazione di Dio come Signore, come Colui che ha parlato nella sua Parola e che attraverso di essa può liberare l’uomo da tutte le sue illusioni rivolgendogli una parola certa per la sua salvezza. Se la Bibbia è il mezzo attraverso il quale Dio comunica la sua verità all’uomo, allora ogni uomo ha la libertà d’accostarsi ad essa. Il potere e la chiarezza della Parola di Dio è tale da non aver bisogno d’altro sostegno che la sua stessa forza. Lo Spirito Santo è capace di rendere efficace la Scrittura nel cuore delle persone.

Per questo si parla anche di “sacerdozio universale” dei credenti. Nel senso che ciascun uomo, il più potente come il più umile, il più ricco come il più povero sono posti, nel loro rapporto con Dio, su di uno stesso piano. E se tutti sono liberi d’accostarsi alla Parola di Dio, tutti sono “sacerdoti”. Non c’è bisogno di mediatori umani tra Dio e gli uomini, ma tutti sono fratelli. Le chiese evangeliche non si riuniscono attorno a degli uomini, che pure possono avere dei doni particolari da Dio, ma sono riunite attorno alla Parola di Dio.

Essendo cristiani crediamo che Gesù sia il solo Signore. Siamo fermamente convinti dalla Parola di Dio, che al di fuori di Lui non sia possibile essere salvati “perché non v’è sotto al cielo alcun altro nome per il quale si abbia ad essere salvati” (Atti 4,12). Gesù è per noi il solo Mediatore tra Dio e gli uomini (1Timoteo 2,5), perciò non c’è bisogno di alcun altro che faccia da tramite tra Dio e gli uomini. Dio è al di sopra di tutti e di tutto.

Forse ci si può chiedere perché si ritiene di aver bisogno d’un Salvatore. Senz’altro perché in quanto esseri umani riconosciamo la nostra totale incapacità nel realizzare il bene secondo Dio. Dinanzi al Dio santo della Bibbia, ciò che l’uomo può realizzare di meglio non è altro che un “abito sporco”. Ciò che la Bibbia chiama peccato non è una generica tendenza o determinazione casuale, non è solo lo stato di continua incertezza, il peccato è perversione del cuore, un voler rimanere in uno stato di orgoglio facendo a meno di Dio. E’ qualcosa che attinge alla più intima essenza del nostro essere e che dinanzi alla santità di Dio è immondo. Per scalzare questa corruzione non è in alcun modo possibile affidarsi a pratiche religiose (digiuni, pellegrinaggi, sofferenze o altro). Questo è ciò che propongono tutte le diverse religioni. Questa è la nevrosi di una falsa salvezza che cresce sul terreno delle illusioni umane. Tutti i sistemi umani dicono: “Tu devi fare”. Tutti impongono all’uomo certe richieste che in definitiva egli non può realizzare. Cristo è invece venuto ad annunciare qualcosa di assolutamente diverso, un’autentica buona notizia: “Tu non devi meritarti nulla, io ho compiuto tutto. Tu non devi salvarti, io ti ho salvato. Tu non devi giungere ad un certo livello di giustizia, io sono la tua giustizia. Tu non devi espiare i tuoi peccati, io li ho espiati”.

Allora come può essere realmente vissuta una tale prospettiva? Soltanto per fede: fede come riconoscimento e accettazione dell’opera della grazia che dice: “Tutto è compiuto!” (Giovanni 19,30). Sotto il cupo cielo della condizione umana Dio lascia trapelare la luce della speranza. Gesù disse: “Venite a me voi tutti che siete travagliati ed aggravati, e io vi darò riposo” (Matteo 11,28). “Io sono la luce del mondo, chi mi segue non camminerà nelle tenebre, anzi avrà la luce della vita” (Giovanni 8,12). Qui non si tratta di migliorare, ma di cambiare radicalmente, di “nascere di nuovo”; non si tratta d’aggiornarsi, ma di convertirsi. Senza Dio anche il progresso non è che decadenza, poiché ogni miglioramento ci pone nuovamente in presenza della nostra derisoria insufficienza e della nostra minacciosa finitudine.

Alle persone sconvolte dalle esigenze assolute di Dio, il Vangelo di Cristo annuncia un perdono totale e quindi la pace. La sua opera è completa ed irripetibile, la sua luce sufficientemente luminosa per far impallidire tutto ciò che è umano e smascherare le meschine illusioni della nostra povertà. La grazia è ciò che non si merita! Forse tanti la stanno cercando da tanto tempo senza rendersi conto che è un dono libero e sovrano di Dio che ama e chiama per nome. La grazia può essere accolta solo per fede, ma anche con la riconoscenza più completa. “Chi crede nel Figliuolo ha la vita eterna”. La salvezza è un dono di Dio che vale per l’eternità. E quando la si è conosciuta la si può confessare davanti agli uomini per la gloria di Dio.